Weekend discografico. Ascolta gli album di Anna Calvi, Iron & Wine, Wild Nothing e altri

Weekend discografico. Ascolta gli album di Anna Calvi, Iron & Wine, Wild Nothing e altri

NB: salvo quando diversamente indicato, trovate l’ascolto Spotify di ogni disco citato nella relativa pagina album. Potete inoltre consultare gli editoriali pubblicati finora. Attualmente abbiamo quelli del 27 luglio, 20 luglio, 13 luglio, 6 luglio, 29 giugno, 22 giugno, 15 giugno, 8 giugno, 1 giugno, 25 maggio, 18 maggio, 11 maggio, 4 maggio, 27 aprile, 20 aprile, 13 aprile, 6 aprile, 30 marzo, 23 marzo, 16 marzo, 9 marzo, 2 marzo, 23 febbraio, 16 febbraio, 9 febbraio, 2 febbraio, 26 gennaio, 19 gennaio e del 12 gennaio.


Ci eravamo lasciati alla fine di luglio prima di questa lunga pausa estiva con una confusione di math-noise-rock (Bellini), ricordi 90s e rave (Underworld e Iggy Pop) e una altrettanto mercuriale scaletta di ascolti che dall’industrial in HD scivolavano su melodie e urgenze di area trap (Gaika). Luglio è stato un mese non caldissimo da un punto di vista discografico ma l’alta pressione si è mantenuta costante, ovvero la qualità delle uscite si è attestata su discreti livelli. Trend assoluto, e lo avrete capito dai primi nomi citati poco più sù, i Novanta. Un ritorno che dal punto di vista delle musiche di area afroamericana ha coinciso con i dischi di The Internet e Kamaal Williams, le cui pubblicazioni ricorderanno ai più attempati l’r’n’b altezza ’97 da una parte e l’acid jazz di qualche annetto prima dall’altra, mentre certe note commistioni tra krautrock, scuola canterburiana, suoni esotici e post-rock ci riportano a parlare dell’ultima prova dei più attempati Pram (Across The Meridian), che nel 1990 si son formati inaugurando idealmente il decennio.

Per molti, giovani e meno, vale un discorso comune che mescola concetti come maniera, estro, passione, professionalità, termini che s’appiccicano a costrutti come la riverenza rispetto ai modelli, a un formato, a una tradizione. Ricombinazioni di passato che a un certo punto scivolano, anche troppo facilmente, nel paradigma della retromania. Cose già dette e corrette nelle misura in cui definiamo le musiche del desiderio come qualcosa che risponde a una proverbiale urgenza, a uno Zeitgeist che non sta qui, ma che manco comodamente affoghiamo in un ketaminico sciroppo di solitudine trap (vedi Travis Scott con Astroworld o Young Thug con Slime Language).

Se parliamo di gente che spinge le cose più avanti, rifacendosi magari ad un continuum produttivo britannico che non accenna a voler andare in pensione, quello è Raffaele Costantino, in arte Khalab, che con Black Noise 2084 ci ha regalato, il mese scorso, un ottimo disco tra l’Africa più nera, l’elettronica e il jazz di oggi più eccitante. Vi dice qualcosa il nome  Shabaka Hutchings? Bene. I Sons of Kemet con Your Queen Is A Reptile sono l’altro nome e l’altro titolo del desiderio di questo 2018 del quale non ci libereremo facilmente.

Luglio è stato anche il mese in cui abbiamo tirato le fila dei primi sei mesi dell’anno stilando due classifiche: quella dello staff e quella redazionale, una ventina di dischi tra cui spiccano Beach House (7) e Sophie (OIL OF EVERY PEARL’s UN-INSIDES), ma che testimoniano pure una ulteriore frantumazione sia dal punto di vista del senso che si dà a queste scalette (in un epoca sempre più basata sul concetto di playlist), sia da quello del loro contenuto, che inevitabilmente ha subito (e subisce inesorabile) un processo di atomizzazione, dell’ognuno per sé, dei percorsi e delle narrative soggettive.

Da queste parti vincono sempre i fuoriclasse: Dave Longstreth e i suoi ringiovaniti Dirty Projectors, stupefacenti nel nuovo Lamp Lit Prose, mentre per quanto riguarda le uscite di agosto citiamo Mitski, che è tornata a ottimi livelli con Be The Cowboy (un po’ più freddo il nostro Gianluca Lambiase ma tant’è). Costruire una narrativa personale piegando arrangiamenti, formati e tradizioni è quantomai necessario in un contemporaneo in superficie più conformista e conformante che mai, un presente che comunque, ribadiamolo senza far inutili paternali, non è ancora riuscito ad annientare completamente nicchie, sottoculture e discorsi legati alle “scene” tanto amate dai giornalisti di settore. Solo guardando alle uscite guitar based più taglienti di questo fine settimana, gli Idles (Joy As An Act Of Resistance) e i Thou (Magus recensito da Stefano Pifferi) hanno sfornato ottimi dischi incentrati attorno a temi cari a quell’alternative che riavvolge il nastro ancora ai sopracitati 90s (e indietro), roba che accomuna i ritrovati Nine Inch Nails di Bad Witch a quel nefasto eppure così seducente mix di «alienazione, assurdità, noia, futilità, decadenza, tirannia della storia, volgarità del cambiamento, consapevolezza come agonia, ragione come malattia ecc». E non dimentichiamoci pure che la scorsa settimana sono uscite due mine targate: Oh Sees (Smote Reverser recensito da Valerio di Marco) e The Necks (Body recensito da Stefano Pifferi). E pure i Nothing (Dance On The Blacktop recensione di Riccardo Zagaglia) non se la cavano male con una formula arci abusata come quella legata all’alternative / shoegaze.


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Stringendo sulle uscite del 31 agosto, abbiamo un album a sorpresa di Eminem (Kamikaze) tanto più sorprendente perché si tratta della cosa migliore che lo Slim Shady abbia pubblicato da (troppi) anni a questa parte, e il modo migliore per dimenticare l’ultimo e pessimo Revival. E sono le parole di Luca Roncoroni.

Del ritorno dei Kooks (Let’s Go Sunshine) ci racconta invece Valentina Zona che lo consiglia soltanto a chi, romantico, sogna un ritorno agli anni zero (altro che il loro Rubber Soul…), e in questa scia ci mettiamo comodi anche i dischi usciti questo mese di Interpol (Marauder), Death Cab For Cutie (Thank You For Today) e Tunng (Songs You Make At Night).

Pure il nuovo disco di Iron & Wine (Weed Garden) è un lavoro per soli fan, così come quello di Wild Nothing (Indigo) di cui ci ha parlato Fernando Rennis in sede di recensione. Un poco differente il discorso attorno a Big Red Machine ovvero il duo composto Justin Vernon dei Bon Iver e Aaron Dessner dei National, di cui si è occupato sempre Rennis, che lo descrive come «un disco rurale, perché ha molto del folk che i suoi autori maneggiano con padronanza da tempo, perché l’elettronica che lo lambisce è un contorno e non claustrofobica armatura urbana e, soprattutto, perché la sua narrativa è semplice e ancorata al quotidiano».

Saltando sul carro dei cantautori: il disco di Jonathan Jeremiah (Good Day) risponde a un piacevolissimo cantautorato vintage che riprende la scuola seventies per arrangiamenti ricchi e melodie eleganti (ce ne parlerà a breve Beatrice Pagni) mentre la settimana scorsa Marco Boscolo ha parlato bene del ritorno di Don’t Look Away di Alexander Tucker. Anche la coppia formata da  Mark Lanegan e Duke Garwood è tornata a farsi sentire ma il loro With Animals non par uno di quei dischi di cui ci ricorderemo a lungo. Più di tutti forse varrebbe la pena recuperarsi il disco di Tirzah (Devotion) consigliato sempre da Pagni, ma su toni decisamente più dub / soul / r’n’b (segno dei tempi del resto).

Salendo sul calesse del indie & dream pop, i Mass Gothic (I’ve Tortured You Long Enough) rischiano di passare un poco inosservati, e questo nonostante il marchio Sup Pop impresso sulla confezione del loro disco. Dall’incontro tra il duo KYO ed il giovane cantante americano Jeuru emerge invece una delle uscite più interessanti dell’anno: nelle sei tracce di All the Same Dream collidono infatti mondi differenti e lontani, le algide architetture ritmiche e l’elettronica disturbata ed avvolgente dei due danesi e la splendida vocalità soul del talentuoso statunitense (ce ne parla Nicolò Arpinati).

Due sono i dischi attesi questo fine settimana: del primo si è già parlato abbondantemente in sede di recensione, e ci riferiamo a Hunter di Anna Calvi (la firma è di Raugei); del secondo parliamo ora ed è Flow State, esordio lungo di Tash Sultana, multi strumentista ex busker di stanza a Melbourne che suona tutto da sola mettendo in loop giri di chitarra così come di piano, sax, flauto di pan e quant’altro. Il suo è un r’n’b con la voce un po’ “anticata” come va di moda in questi anni e la produzione è radio frendly come potrebbe esserlo in un disco di Sting, ad ogni modo lei è un talento naturale autodidatta. Se non eccede troppo sul lato dell’emulazione/rifacimento che tanto le viene facile potrebbe aver confezionato anche un buon disco personale, che dice qualcosa di lei. Dubbi rimangono. Sempre in scia, ma decisamente più elettronica (s’è fissata coi modulari pure lei…), è la proposta di della cantautrice svizzera Sophie Hunger (Molecules), una che possiamo accomunare a Feist e Laura Marling.

Non ultimo, questo WE è uscita una nuova colonna sonora dei Mogwai, KIN. E sempre sul pop (in versione teen, boyband ecc.), c’è l’ultra intimista Bloom, secondo album dell’artista australiano Troye Sivan che fa il paio con l’altra uscita grossa del mese che è Sweetener di Ariana Grande, recensito da Nino Ciglio. Per chiudere il cerchio con le partecipazioni canore della popstar citiamo anche Queen, il disco rap di Nicki Minaj (recensito da Luca Roncoroni).

Tracklist