Weekend discografico. In streaming gli album di John Grant, Elvis Costello, Tom Morello, Connan Mockasin e altri

La fine del mondo è arrivata. Se uniamo i puntini dell'informazione d'attualità che ci arriva da quotidiani, magazine e siti d'informazione, questa è la realtà che ci si sta profilando davanti. Eccovi una manciata di dischi usciti questo weekend che vi consigliamo (e sconsigliamo) per affrontarla. Sul come, a voi la scelta...

NB: salvo quando diversamente indicato, trovate l’ascolto Spotify di ogni disco citato nella relativa pagina album. Potete inoltre consultare gli editoriali pubblicati finora. Attualmente abbiamo quelli del 5 ottobre, 28 settembre, 21 settembre, 14 settembre, 7 settembre, 31 agosto, 27 luglio, 20 luglio, 13 luglio, 6 luglio, 29 giugno, 22 giugno, 15 giugno, 8 giugno, 1 giugno, 25 maggio, 18 maggio, 11 maggio, 4 maggio, 27 aprile, 20 aprile, 13 aprile, 6 aprile, 30 marzo, 23 marzo, 16 marzo, 9 marzo, 2 marzo, 23 febbraio, 16 febbraio, 9 febbraio, 2 febbraio, 26 gennaio, 19 gennaio e del 12 gennaio.

Iniziamo dalla fine …del mondo. Già, perché se uniamo i puntini dell’informazione d’attualità che ci arriva da quotidiani, magazine e siti d’informazione, questa è la realtà che ci si sta profilando davanti. Il day after lo zero, l’after the flood e via dicendo. Quindi come passarcela durante queste ultime annate tra #terrestri, prima di finire bolliti come aragoste nell’acquario del Cthulhu stellato di turno o strangolati economicamente dalle banche col braccio corto o direttamente in liquidazione?

Senza invocare redditi sui quali è meglio soprassedere, le soluzioni non sono molte. Si tratta sostanzialmente di accettare il fatto compiuto, di scegliere come vivercela, magari per una volta senza infantili nichilismi goth e wave. Scegliamo di diventare codice e rivivere per sempre gli anni ’80, come in quell’episodio di Black Mirror? Sta bene. Ci diamo alle VHS con i nostri stropicciati sogni come in quel film di Wenders? Meno bene, ma fate voi. Oppure, scelta consigliata di questo weekend: apparecchiamo un lounge bar nel deserto e mettiamo su della musica soul bianchissima tutta delfini & love & China Girl (e naturalmente il riferimento è a quel videoclip di Bowie). Il bottone rosso “massima decadenza” si fa scelta d’obbligo per il finnico Jaakko Eino Kalevi. Guardatelo sdraiato al sole (dei neon che non si vedono) nella copertina di Out Of Touch (recensione di Tommaso Bonaiuti), non sembra per caso Ariel Pink che sogna un cover album di Connan Mockasin? Citiamo il caro vecchio Connan non a caso. Lui è l’altro personaggione che esce con un disco questo fine settimana, anzi un disco che è abbinato ad un ancor più folle film ambientato nel salone di un parrucchiere in disuso. Dentro il neozelandese s’immagina un insegnante di musica, chiamato Bostyn, e il suo allievo, Dobsyn. Ecco siamo a posto così. Un altro ambientino decadente è proprio quello di cui abbiamo bisogno, anche perché con le sabbie del tempo di Kalevi fa quasi un tutt’uno. Dimenticavamo di citarvi il titolo del disco di Mockasin, Jassbusters. E rubiamo uno stralcio di testo dalla recensione di Elena Raugei, che descrive il suo psycho-pop come qualcosa che rievoca anche la sensualità di Prince, altro punto in comune con il finnico, una sorta di seduta spiritica su teatrali poltrone di velluto rosso, se volete. Quale modo più assurdo e sublime per attendere la fine del mondo?


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Altre strategie per far fronte agli infausti eventi che ci attendono si ricollegano ai sopracitati anni ’80. Non sarà un caso se questo fine settimana esce il boxset dedicato al periodo tra il 1983 e il 1988 del Duca Bianco, Loving The Alien, quello che profeticamente contiene la sopracitata China Girl ma anche Modern Love, Let’s Dance, Blue Jean. E per altre vie, se vogliamo ricollegarci ai deserti e alle strade americane, ecco che il buon Kurt Vile è l’ideale balordo che può caricarci in macchina lungo quella Route 66 che è il suo nuovo Bottle It In (recensione di Riccardo Zagaglia). Due bolsi modi di affrontare il peggio potrebbero riassumersi nell’ascolto di Elvis Costello, a cui tra l’altro auguriamo una pronta guarigione. Il suo Look Now è a livelli standard, non certo ai suoi migliori (recensione di Valerio di Marco in arrivo), e non vogliamo immaginarci né ascoltare cosa avrà combinato Eric Clapton con il suo album di Natale uscito anzitempo (Happy Xmas). Per fortuna c’è il lost album dei Primal Scream, un rewind sul Memphis sound (e sui Rolling Stones), una versione scovata per caso in uno scatolone (o nella manzoniana soffitta, poco importa) del loro Give Out But Don’t Give Up. È quello che ci vuole per rifugiarsi in quella stereotipata terra da sogno americano in cui consumare le nostre ultime sigarette e i nostri ultimi whisky assieme a Bo e Luke.

Spegnendo i riflettori e accendendo la strobo per piroettare un po’ sul dancefloor, questo WE abbiamo un non splendido John Grant il cui Love Is Magic vi piacerà in maniera direttamente proporzionale alla riuscita della sua copertina (recensione di Elena Raugei). Del resto è anche vero che «il materiale di serie B di John Grant rimane più valido del materiale di serie A di molti colleghi», e questo lo si può dire anche per l’album di Calvin Johnson, il cui Wonderful Beast è l’ennesima conferma della sua coerenza e della sua adesione alla chiesa del rock targato K Records. Più che nelle ultime occasioni si respira un aria da Beat Happening, e non è che un bene (recensione di Marco Boscolo in arrivo). 

Sconsigliabile passare gli ultimi anni della nostra vita suonando i dischi di Tom Morello, il cui bulldozer è sempre tiratissimo e carichissimo ma un poco inadeguato, con i suoi cingolati EDM, Hip Hop e Hard Rock per affrontare un presente che più che di muscoli ha bisogno di ben altro (The Atlas Underground, recensione di Tommaso Iannini in arrivo). Ispirato è invece Matthew Dear, che in Bunny, invece di riproporci il suo scafato crooning bowieano (diavolo di un Bowie, è ovunque questo WE!), allarga il cerchio all’Iggy Pop chansonnier e al David Byrne dei 90s, confezionando un album dalle variegate produzioni elettroniche difficili da incasellare in un contesto univoco.

Per chi invece vuole soccombere al fato, vengono in soccorso, si fa per dire, William Basinski e Lawrence English, due pesi massimi della drone music e della sperimentazione elettronica. Il disco si chiama dantescamente Selva Oscura e non occorre sapere altro (recensione di Antonello Franzil). Occorre ascoltarlo e basta, come pure Stadium di Eli Keszler è imprescindibile. Keszler è senz’altro uno dei percussionisti free più interessanti di questi anni. A proposito di elettroniche – ma suonate in analogico – esce Channels di Daniel Brandt, solito discorso per lui coerente con quanto fatto nei Brandt Brauer Frick. Valido l’omonimo di Stefan Smith, uno cresciuto musicalmente al Mills College di Oakland con insegnanti Pauline Oliveros e Fred Frith (recensione di Nicolò Arpinati), e altrettanto significativo è Metamorphose di Mr. Statik, che suona come una jam oscura tra Richie Hawtin, i Dengue Dengue Dengue più psicotropi e lo Shackleton più metallico e paranoide. Difficilissimo è invece l’ascolto di Stine Janvin. Il suo Fake Synthetic Music – di nome e di fatto – è un lavoro sulla voce che si traduce in una sorta di invisibile architettura per luce pulsata (ma senza il video). Tostissimo.

Italia? Dopo una lunga campagna, escono i Subsonica (Subsonica 8, recensione di Marco Braggion), che quando non rifanno sé stessi mostrano un interessante lato intimista. E poi c’è il Supereroe di Emis Killa, disco (ma anche cortometraggio e fumetto) che segue quel Terza stagione per il quale Luca Roncoroni non aveva usato mezzeparole. Ed è uscito anche Contro i giovani, il nuovo disco/diario di Francesco Pizzinelli con il suo progetto Jocelyn Pulsar (recensione di Fabrizio Zampighi), e Undici canzoni di merda con la pioggia dentro, un ritorno notevole del buon Giorgio Canali (recensione sempre di Zampighi).

Altre uscite di questo tracotante week end: QUAVO HUNCHO è l’album di debutto di Quavo dei Migos, MassEducation versione piano e voce del quasi omonimo disco di St. Vincent, Winter’s Beach, ovvero l’EP dei Django Django, Keep Your Eyes Ahead l’album degli Helio Sequence uscito in occasione del suo decennale, ACR:SET, l’album compilation che raccoglie il meglio del trentennale repertorio dell’istituzione post punk funk di cui Tony Wilson fu primo mentore, e parliamo naturalmente degli A Certain Ratio, e Certainty Waves, disco dei Dodos  descritto come il loro lavoro da “crisi di mezza età”. Dulcis in fundo, la sognante colonna sonora di First Man, che rinnova l’ispirata collaborazione tra il folletto Justin Hurwitz e Damien Chazelle per l’omonimo film presentato in apertura all’ultima Mostra di Venezia e già in pole per la prossima stagione dei premi (recensione di Cecilia Strazza in arrivo).

Tracklist