Weekend piuttosto vario, questo dell’8-10 novembre, in cui troviamo innanzitutto tre emblematici esempi di (future) pop: da una parte ritorna SebastiAn con il suo tocco french e tanti ospiti canori (Thirst, recensito da Marco Braggion), dall’altra abbiamo un probabile disco da classifica di fine anno, quello di FKA Twigs (Magdalene, recensito da Giuseppe Zevolli), e in mezzo alle correnti riecco il sound meticcio di Kele Okereke (2042) che fa un po’ una summa delle diverse istanze applicate all’r’n’b contemporaneo (ce ne dirà meglio Fernando Rennis).
Anche sul terreno del post-punk e del noise si muovono cose interessanti: a rappresentare il primo abbiamo gli Have a Nice Life, duo di culto composto da Dan Barrett e Tim Macuga, con Sea Of Worry (di cui si è occupata Elena Raugei); sul secondo troviamo una doppia uscita targata Bronson Recordings che riguarda altrettanti prime-mover newyorchesi: Live Skull (Saturday Night Massacre) e Martin Bisi (Solstice), entrambi recensiti da Stefano Pifferi. Spostandoci sul lato Constellation della faccenda, e quindi verso un suono tipicamente post-, abbiamo i Land Of Kush (Sand Enigma, recensione di Massimo Padalino in arrivo), al solito abili miscelatori del cerebrale sound della casa a cui aggiungono proverbiali spezie mediorientali e rumorismo mai fine a se stesso. E sempre sulle declinazioni del post-rock ritroviamo anche Mr Mark Nelson, in arte Pan American, con A Son (recensito da Carmine Vitale), il suo disco più intimo ed essenziale.
Dai tunnel lisergici dell’etichetta canadese ritorniamo dunque al rumore e alle scorie industrial di certo post punk, per introdurvi al debut album di Rrose che della techno di Jeff Mills, Pan Sonic e Plastikman esplora il lato più mesmerico e microtonale (Hymn To Moisture). Non siamo distanti dalle sperimentazioni dell’ultima fase dei Throbbing Gristle prima pre-reunion, e pertanto questo è l’ideale viaggio verso l’ignoto lovecraftiano che ci porta dai Grandi Antichi direttamente in bocca ai temibili Dei Esterni. È questo il pantheon evocato da Shapednoise nel suo Aesthesis, nuovo solido approdo per tutta una serie di musiche che vanno da Drew McDowall (Coil) a Justin K Broadrick, da Rabit e Mhysa, guarda caso tutti presenti come feat. nel disco. E volendo farci un bel prequel a tutte queste musiche, o semplicemente amplificare al massimo le potenzialità dei field recording, eccovi Raupenbahn del tedeschissimo (e non più tehcno affiliato) Thomas Brinkmann, un’indagine sui suoni e i ritmi dei primordi dell’età industriale, nonché il ruolo che ebbero all’interno della nostra società e le conseguenze che arrecarono all’ambiente. E Sounds From Phantom Islands di Andrew Pekler, cartografia sonora di imperturbabili isole immaginarie. Dai quarti ai quinti mondi, alle micronazioni ecc.
Nel weekend c’è anche spazio per tornare a respirare un poco di ossigeno: Fire And Sea – no, George R. R. Martin non c’entra nulla – è l’album del “nuovo” corso di Machweo, una riflessione sul Mediterraneo come luogo di incontro e scambio che si materializza nella forma di un disco jazz-elettronico à la James Holden (recensione di Stefano Pifferi). E se di jazz ricco di spiritualità parliamo, dalla chiacchierata (e modaiola) scena londinese – in combutta con fusion, grime e broken beat – arriva Kamaal Williams, qui alle prese con il personale Dj Kicks, ovvero con una prova che ha il compito di esporne le influenze musicali.
Ritornando all’elettronica segnaliamo il ritorno di Andy Stott con un doppio EP di raw tracks per il club (It Should Be Us) che anticipa la pubblicazione di un nuovo album ancora tutto da svelare (era ora…), e i dischi di Lapalux (Amnioverse), Lone (Not Seeing Is a Flower EP) e Leif (Igam-Ogam EP). Sulla canzone (lato sperimentale) ritroviamo invece Andrea Laszlo De Simone (Immensità) con un EP che è una lunga suite oscura e fastosa, languida e cosmica; e sempre da queste parti abbiamo Josienne Clarke con la sua prosa nordica e intimista (In All Weather), il giovane cantautore bolognese Fosco17 (Dodici Mesi) e Momo, il cui I Was Told to Be Quiet rappresenta un affascinante punto di incontro tra ritmiche tipiche del tropicalismo e tradizione folk americana, il tutto condito da una certa inclinazione french-pop.
Sul fascino di certe musiche antiche, africane così come provenienti dal mondo non occidentale, dice bene The Sisypheans di Xylouris White e dice molto bene Rwanda, You Should Be Loved dei Good Ones, collezione quest’ultima di folk song ruandesi incentrate sulla vita nei campi. Per attirare un po’ di curiosi, il disco presenta feat insospettabili – Nels Cline dei Wilco, Tunde Adebimpe dei TV on the Radio, Corin Tucker delle Sleater-Kinney, Kevin Shields dei My Bloody Valentine e Joe Lally dei Fugazi – ma nella sostanza queste erano e sono canzoni, dall’assoluto candore, basate su semplici intrecci di chitarra e voci. Tutto molto basic, eppur la magia non manca.
Last but not least, c’è l’imprescindibile ascolto di Analog Fluids of Sonic Black Holes, album della poeta urbana e musicista di stanza a Philadelphia Camae Ayewa, in arte Moor Mother, la stessa che abbiamo incontrato nell’ottimo debutto dei Zonal. Il suo è uno di quei dischi per il quale vale la pena tracciare un ideale parallelo con Dread Beat an’ Blood, la fondamentale opera della dub poetry firmata da Linton Kwesi Johnson nel 1978.
Infine, a continuare la dinastia dei batteristi eccentrici della storia del rock pensa Taylor Hawkins dei Foo Fighters, alle prese con un disco solista ultra ’70 e anche un poco prog (Get The Money) spalleggiato dai suoi Coattail Riders.
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