NB: salvo quando diversamente indicato, trovate l’ascolto Spotify di ogni disco citato nella relativa pagina album. Potete inoltre consultare gli editoriali pubblicati finora. Attualmente abbiamo quelli del 9 novembre, 2 novembre, 26 ottobre, 19 ottobre, 12 ottobre, 5 ottobre, 28 settembre, 21 settembre, 14 settembre, 7 settembre, 31 agosto, 27 luglio, 20 luglio, 13 luglio, 6 luglio, 29 giugno, 22 giugno, 15 giugno, 8 giugno, 1 giugno, 25 maggio, 18 maggio, 11 maggio, 4 maggio, 27 aprile, 20 aprile, 13 aprile, 6 aprile, 30 marzo, 23 marzo, 16 marzo, 9 marzo, 2 marzo, 23 febbraio, 16 febbraio, 9 febbraio, 2 febbraio, 26 gennaio, 19 gennaio e del 12 gennaio.
Il weekend non potrebbe iniziare meglio di così: e mica perché c’è Vasco che ci dice la sua su fake news e post-verità, o perché Michielin, Carl Brave e Zayn hanno pubblicato i rispettivi singoli, nient’affatto; c’è l’agrodolce carillon della splendida Merrie Land ad accompagnarci idealmente verso le musiche di questo fine settimana un po’ prismatico, a banchi sublime, leggermente frustrante, all’insegna tanto del folk radiofonico quando di quello più antico e virginale, dell’hip hop italico come internazionale, della techno più sperimentale come di quella più pronta per il dancefloor, e del rock, sì pure lui, con sua eminenza grigia Billy Corgan e il ritorno degli Smashing Pumpkins.
Merrie Land è il singolo/videoclip oltre che la title track dell’album che segna il ritorno di uno dei progetti più amati del Damon Albarn dopo-Blur, e parliamo dei The Good The Bad And The Queen, un supergruppo che fa un po’ la spola tra Londra e Kingston composto da signori che non hanno bisogno di troppe presentazioni, ovvero Paul Simonon dei Clash, Simon Tong dei Verve e quell’icona vivente che è Tony Allen. 11 anni sono passati dall’esordio ma, cuore in gola e mano sul petto, i soli due brani che ne hanno anticipato la pubblicazione (il sopracitato e la marcetta beatlesiana/barrettiana per flauti di pan Gun To The Head) sono da brividi e valgono davvero l’acquisto a scatola chiusa. Il disco poi è uno stralunato commentario sulla Brexit, quello che t’immagini frullare nei pensieri dell’unico superstite alla tavolata di pirati riversi su un esercito di pinte e bicchieri di whisky. Merrie Land inoltre non poteva scegliere miglior momento per uscire: viene pubblicato a poche ore dall’approvazione della bozza sulla Brexit – 582 pagine frutto di estenuanti negoziati – che in tutta risposta ha prodotto una bella crisi di governo, con Theresa May che si è vista sbattere la porta in faccia da quattro ministri. Come saprete, il nodo dei nodi è la celeberrima questione irlandese: come gestire il passaggio quotidiano di uomini e merci tra Eire e Ulster senza tornare a alzare muri e rischiare di ritrovarsi con nuove bombe, nuova violenza e nuovo sangue come nei 70s e 80s?
È un bel casino: possiamo decidere di vivercelo magari ingoiandoci i rospi del caso, e andare avanti con la nostra Daily Routine, disco/colonna sonora di Peder Mannerfelt a base di meccaniche techno, folate di smog, minacciosi stantuffi di bass sound e quelle che abbiamo più volte definito su queste pagine melodie NOW AGE, ribaltate da quelle plasticose della new age degli 80s. Oppure possiamo rifugiarci nell’arte in un mistico, austero, virginale tempo lontano, dove la musica rispondeva ad un colto folk anteguerra per chitarra, arpe, pedal steel e violoncello. Parliamo del disco di Josephine Foster, Faithful Fairy Harmony, che come al solito si presenta altera e inscalfibile ma ci consegna l’album se vogliamo più variegato della sua carriera, con ballate jazzy come psych, songwriting à la Joni Mitchell, numeri country/western, lentoni dal sapore tex mex e altro ancora. Oppure possiamo optare per l’ascolto meditativo di queste cinque composizioni al pianoforte firmate Irmin Schmidt, fondatore dei Can. L’artista le vede proprio così, come meditazioni ma spontanee, perché sono state suonate una sola volta e registrate simultaneamente senza edit o correzioni. Numi tutelari dichiarati: Schubert, Cage, il Gagaku e gli stessi Can, che vegliono su di noi in saecula saeculorum.
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Cambiamo velocemente registro per dirvi che vi scapperà qualche lacrima nell’ascoltare il boxset antologico di Chris Cornell e che no, il ritorno degli Smashing Pumpkins con Shiny and Oh So Bright, Vol. 1 / LP: No Past. No Future. No Sun. non è quel colpo di coda discografico che in molti, soprattutto dopo averli visti live, si aspettavano. Lasciamo spiegare i perché del caso a Tommaso Iannini, autore della recensione, per ribadirvi in questa sede che il secondo no secco arriva per l’ennesimo sequel-album di Jean-Michel Jarre, Equinoxe Infinity, che ha finito per ripetere gli stessi errori di tanti reboot, remake e compagnia bella cinematografica usciti nelle sale in questi anni, tutti a rifare sempre le stesse quattro cose, sempre con gli anni ’70 e ’80 in testa ma con abiti nuovi e soprattutto senza la magia degli originali.
C’è gente che ci prova a uscire dai cliché, come i Mumford & Sons, ma dire che Delta è un album sperimentale è un po’ come dire che Jean-Michel Jarre fa improvvisazione modale. Lillywhite Sessions è il titolo del nuovo disco di Ryley Walker, cantautore classico americano che in questo disco omaggia la Dave Matthews Band, rifacendone pezzo per pezzo un celebre bootleg di 17 anni fa. E poi sulla mania degli 80s – decennio dal quale non si …Essi Vivono! – c’è sempre qualcosa di cui parlare, per esempio Avant! pubblica New Kind Of Cross dei Buzz Kull, che è il solito mix di elettropop in chiave industrial, non male a dirla tutta, come c’è anche il valido Nowhere dei gotici e dimenticati Esben And The Witch di cui ci parla Elena Raugei in sede di recensione.
Tornando a musiche più caricate politicamente ci spostiamo momentaneamente in Angola dove Nazar ha pubblicato via Hyperdub Enclave, un disco che torna dalle parti di quel sound che Kode9 ha rubricato alla voce ghetto globale e che il producer rielabora con suoni hyperreal, quindi aspettatevi caricatori modello Fatima Al Qadiri ma molto più di quelli (vedi la tripla recensione pubblicata sull’argomento in queste ore). È davvero un buon lavoro, come pure quello di Deena Abdelwahed (Khonnar), top album per il nostro Nicolò Aprinati che lo descrive come «un’immersione techno nei suoni e nelle atmosfere più misteriose della costa meridionale del Mediterraneo».
Sul versante Hip Hop escono due grandi ritorni: Anderson .Paak pubblica Oxnard mentre il Colle Der Fomento, a ben undici anni anni di distanza da Anima e Ghiaccio, esce con Adversus. Sulla trap italica, dal versante più formulaico con l’immancabile autotune c’è Baby K con Icona. Per gli innesti di elettronica e un misto di conscious/adult rap e itpop c’è Dutch Nazari, nome d’arte di Edoardo (“Duccio”) Nazari che ci propone Ce lo chiede l’Europa, ma ciò che più preme sul petto in questo weekend è la voce cavernicola di Carmelo Pipitone con il suo Cornucopia.
Altra roba elettronica di cui è doveroso parlare: la ristampa del classico IDM Time Tourist (dei B12), Remnants / London Underground 2014 – 16, ovvero la raccolta di inediti firmati dal producer britannico Hugo Massien, il DJ Kicks di Robert Hood innanzitutto, poi il nuovo 12” di Pearson Sound a base di hardware analogico e un tiro bello electro (Rubble EP). Most Beautiful Design è il nuovo lavoro del producer piemontese Alberto Ricca aka Bienoise, che torna sulla lunga distanza a tre anni dall’acclamato Meanwhile, Tomorrow (recensione di Luigi Lupo). Fever Focus è il 12” di Jacques Greene, tra ambient, trance e techno, mentre Rising è l’esordio del francese Antigone che parte con gli arpeggiatori e le sfere celesti per poi alzare l’asticella a 135 bpm. Gone Again è album di debutto di Akito, resident della nota radio londinese NTS. Una folata di grime, bass e ghetto sound.